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Salvarli o no?

Dopo Mare Nostrum pare che l’impegno a soccorrere i profughi nel Mediterraneo sia destinato a ridursi. Per giustificare questa linea sono proposti anche argomenti etici. Ma sono fondati?

L’operazione Mare Nostrum ha salvato migliaia di vite umane. Con un grande dispiegamento di uomini e di mezzi è stato possibile evitare che il Mediterraneo divenisse una tomba per molti dei disperati che lo traversano sui barconi. Il mondo ha ammirato l’Italia e anche noi italiani ci siamo sentiti orgogliosi. Ora però quell’operazione è finita. C’è n’è una nuova, europea, chiamata Triton, sempre finalizzata al soccorso ma con mezzi pare più limitati. Mentre scrivo queste pagine (è il sei dicembre) vedo la notizia di diciotto morti di freddo e di sete su di un gommone nel canale di Sicilia e leggo la dichiarazione di un rappresentante Onu che teme una ripresa su larga scala delle tragedie in mare.

Qualcuno potrebbe pensare che sia un problema di costi; ma Mare Nostrum costava solo 9 milioni di euro al mese, e comunque dei costi derivano anche dalle attuali missioni di soccorso e salvataggio. I risparmi di cui si parla sono davvero poca cosa, anche solo guardando ai costi complessivi dell’accoglienza dei rifugiati.

No, il problema non sono i costi. La spinta a ridurre le azioni di salvataggio viene invece dal timore che ridurre di molto il rischio di morte nella traversata incentiverebbe i viaggi della speranza. Qualcuno pensa addirittura che paradossalmente più soccorsi significhi più morti, perché alla fine crescendo a dismisura i viaggi comunque inevitabilmente i morti tendono a crescere. E allora si può chiamare in causa la distinzione weberiana tra etica della convinzione e etica della responsabilità, sostenendo che l’imperativo che ci dice di salvare comunque chi è in pericolo non ci deve portare a trascurare l’altro imperativo che ci dice di tener conto delle conseguenze anche non immeditate delle nostre azioni, il che potrebbe portarci a sostenere una riduzione dei soccorsi davanti dall’incubo di veder crescere altrimenti i viaggi e i morti. 

 E’ corretto  ragionare così? Per la verità questi pensieri trascurano il fatto che si tratta di profughi, ossia di persone che fuggono da situazioni spesso terribili. Chi si trova in situazioni simili non è certo indotto a rinunciare alla fuga dal pensiero di un qualche aumento dei rischi nella traversata del Mediterraneo.

E poi, tutto il percorso di fuga è pericoloso. Chi viene ad esempio dai paesi del Sahel deve traversare il deserto. Li lo attendono minacce di ogni tipo e chi fugge lo sa. Come possiamo pensare che gente pronta ad affrontare il rischio altissimo di torture, stupri, lunghe detenzioni da qualche parte nel Sahara rinunci al viaggio perché non c’è più Mare Nostrum ma solo Triton con un raggio d’azione più ridotto?

E poi, se più efficaci soccorsi fossero un incentivo dovremmo avere dei dati idonei a mostrare che prima di Mare Nostrum arrivava perciò meno gente. Già sento a questo punto qualcuno che dice. «Proprio così, prima c’erano meno sbarchi». Ma perché abbiamo poca memoria? Non ci ricordiamo più di quando qualche anno fa col crollo dei regimi a Tunisi e a Tripoli in pochi mesi (e oltretutto d’inverno) giunsero in Italia 40mila persone e fu proclamato lo stato di emergenza? E non c’era Mare Nostrum.

La verità è che sono le guerre a provocare gli arrivi. Nel 2014 sono arrivati moltissimi profughi per la micidiale concomitanza di tragedie vecchie – come la guerra civile in Somalia – e di altre più o meno nuove, come il caos libico e quello in Siria.

 Ma ammettiamo pure la possibilità che con più soccorsi vi siano più traversate e magari addirittura paradossalmente più morti. In effetti è difficile avere certezze davanti a un fenomeno assai complesso come quello dei profughi. Dovremmo perciò ridurre i soccorsi?

Il dubbio che azioni di aiuto possano aggravare i problemi invece di risolverli è in verità vecchio quanto il mondo. Da sempre c’è ad esempio chi pensa che ad aiutare i poveri il numero dei poveri aumenti, perché sapendo che c’è comunque l’aiuto alcuni sarebbero meno incentivati a lavorare, a organizzarsi per sfuggire alla povertà. E da sempre c’è chi pensa che la stessa medicina possa talora paradossalmente in vario modo accrescere il rischio malattia.

Per fare un esempio recente. Molti specialisti sostengono che il continuo diffondersi dell’Aids dipenderebbe anche dall’esistenza oggi di cure capaci in qualche modo di cronicizzare la malattia: sapendolo, molte persone terrebbero tranquillamente comportamenti a rischio pensando che tanto ci sono delle cure.

Eppure nessuno pensa di chiudere i ricoveri per i senza tetto, e nessuno pensa di negare le cure ai malati di Aids. Perché?

I motivi fondamentalmente sono due. Anzitutto, dare ricovero ai senza tetto e curare i malati ci paiono doveri etici fondamentali. Possiamo certo accettare l’idea di dover tener conto sul piano etico anche delle conseguenze a lungo termine e su larga scala della nostre azioni, ma quando si tratta di certi doveri di base che ci paiono legati al nostro stesso essere umani diciamo a noi stessi che dobbiamo agire, costi quel che costi. Chi di noi trovando un bambino feritosi per un’imprudenza eviterebbe di aiutarlo pensando che magari la tragedia di uno sarebbe di ammonimento per gli altri inducendoli ad essere più attenti?

C’è poi anche un’altra ragione. Noi aiutiamo i poveri e i malati pur sapendo che così forse aumenteranno i comportamenti irresponsabili anche a causa di quel forse. Seguiamo per dirla con Weber l’etica della convinzione anche perché non è affatto chiaro in che misura vi potranno essere a seguirla effetti negativi, mentre è del tutto chiaro che non aiutando verremmo meno a doveri che ci sembrano connaturati all’uomo.

 Se così stanno le cose, l’idea di ridurre l’azione di soccorso dei profughi sui barconi nel canale di Sicilia appare francamente aberrante.

Perché il soccorso in mare è uno dei doveri più antichi e comuni dell’umanità. Molto prima che si sviluppasse ad esempio la logica sofisticata dello Stato sociale, qualunque marinaio in qualunque villaggio in riva al mare usciva a dare aiuto se sapeva che da qualche parte al largo qualche imbarcazione era in difficoltà. Usciva, senza farsi tante domande, parendogli ovvio che un essere umano dovesse fare così; uscivano anche persone dall’etica mediocre se non francamente disoneste che però (per dirla come si diceva una volta) avevano un minimo di coscienza.

E d’altra parte, tutti i discorsi sul fatto che così si indurrebbero più persone a tentare la via del mere con i rischi comunque connessi sono se non addirittura infondati comunque del tutto ipotetici.

Eppure sembra che davvero si stia andando verso una riduzione dei soccorsi nel Mediterraneo. Non è retorica dire che tutti dobbiamo interrogare a riguardo la nostra coscienza.  

Ennio Codini

 

 

             

 

 

06/04/2015