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Scontenti

Un po’ ovunque emergono leader politici e partiti alternativi. C’è chi li demonizza. Ma ricevono molti voti. Che cosa c’è dietro?

Negli ultimi anni, un po’ ovunque in Europa si sono affermati sulla scena politica  nuovi protagonisti, come il Front National in Francia o il Movimento 5stelle in Italia.

Questi nuovi partiti talora sono di sinistra – come Syriza o Podemos – ma in altri casi sono di destra, come il Front National, o quella Alternative für Deutchland – AfD che ha ottenuto un buon successo nelle ultime elezioni regionali in Germania. Talvolta poi sfuggono alla distinzione destra-sinistra, come i 5stelle in Italia. 

In ogni caso, queste nuove forze politiche si pongono come radicalmente alternative rispetto a tutte quelle preesistenti.

Anche negli Stati Uniti le primarie per le elezioni presidenziali  hanno visto emergere candidati alternativi rispetto alla tradizione del partito per il quale pure si sono presentati: è il caso di Sanders per i democratici e ancor più di Trump per i repubblicani.

Moltissimi cittadini sono scontenti di come le forze che per decenni si sono alternate al governo delle democrazie hanno governato, e non hanno fiducia nel fatto che possano fare meglio. Questo vale soprattutto per quello che un tempo veniva chiamato il ceto medio.

Le ragioni per cui molti appartenenti al ceto medio non hanno più fiducia nelle forze tradizionali sono più d’una. C’è la questione sicurezza, che si lega poi a quella dell’immigrazione. Non a caso, i partiti e i leader alternativi sono spesso fautori della linea dura contro il crimine e anti-immigrazione: è il caso di Trump; è il caso del Front National in Francia, così come dell’Ukip nel Regno Unito o della AfD in Germania.

C’è poi, nei paesi dell’euro, uno specifico malcontento nei confronti della moneta unica. Non a caso, i partiti che lì si presentano come alternativi sono quasi tutti contro l’euro.

Ma tale malcontento è solo il frutto di un altro, ben più profondo, importante, e diffuso. L’euro è qualche cosa di troppo tecnico per poter essere valutato dalle persone comuni: quante persone ad esempio capiscono davvero il senso del tentativo della Bce di accrescere l’inflazione? L’euro è attaccato perché a torto o a ragione è diventato un simbolo. Ma di che cosa?

E arriviamo al punto. La vera ragione del malcontento diffuso nel vecchio ceto medio è il declino del benessere. L’euro è criticato in Europa perché si pensa ne sia una delle cause. E anche i timori con riguardo alla sicurezza e all’immigrazione sono se non creati per lo meno esasperati dal declino del benessere.

Non a caso tutti i leader e i partiti alternativi dicono in sostanza agli elettori, anzitutto a quelli del vecchi ceto medio: «La vostra situazione economica peggiora, quelli che da tempo vi governano sono i colpevoli di questo, le loro politiche non funzionano». 

Qualcuno non capisce. Ma come? Negli Stati Uniti il prodotto interno lordo cresce, non può essere che così tanta gente stia peggio. E anche in Italia o in Francia, in fondo, con qualche investimento in più… E non stiamo forse uscendo dalla crisi? E poi comunque si tratta di livelli appena sotto i massimi di sempre.

Ma sono ragionamenti sbagliati. Per cominciare, anche dove il prodotto interno lordo cresce si parla di aumenti del due-tre per cento al massimo. E poi giustamente per le persone non conta il prodotto interno lordo ma il loro reddito.  E allora la distribuzione conta quanto la dimensione totale. E che cosa è successo in questi ultimi anni? Che non solo il prodotto interno lordo è cresciuto poco o addirittura  in certi periodi è diminuito, ma la ricchezza si è andata sempre più concentrando nelle fasce a reddito più elevato. Quindi, quello che un tempo si chiamava ceto medio si è andato in buona parte impoverendo.

Certo, in generale non parliamo di un crollo ma solo di un calo limitato. Però, diversamente da quelle molto ricche, le famiglie del ceto medio se nell’arco di qualche anno perdono anche solo poniamo il dieci per cento del reddito “se ne accorgono”, perché si ritrovano a non poter più risparmiare o a dover tagliare le spese quotidiane. E poi per gli esseri umani conta molto la linea di tendenza: vedere anno dopo anno anche se di poco il proprio reddito reale diminuire è deprimente, e lo è ancor più se non ci sono prospettive di ripresa.

A ciò si aggiunga che un po’ dappertutto sono in corso tagli nelle prestazioni dello Stato sociale, prestazioni che per i ricchi non sono state mai fondamentali, che i poveri purtroppo non sono mai riusciti a sfruttare fino in fondo, e che invece le famiglie del ceto medio hanno sfruttato ampiamente per avere salute, istruzione per i figli ecc.

E allora il malcontento si spiega. Gli impoveriti del ceto medio hanno ragione ad essere insoddisfatti della politica.

Il ceto medio, d’altra parte, è stato il nerbo dei partiti tradizionali. Per lungo tempo ha avuto fiducia in essi. Fino agli anni Settanta questa fiducia è parsa ben ripagata, crescendo il benessere. Poi le cose hanno incominciato ad andare meno bene. Ma nei primi anni come spesso capita la crisi non è stata così evidente, e tra l’altro c’erano in molti paesi i titoli del debito pubblico con i loro alti tassi d’interesse che garantivano a molte famiglie del ceto medio rendite non trascurabili. Ma adesso? Adesso i titoli del debito hanno rendimento zero.

E che cosa si sono sentite dire in questi ultimi anni dai “loro” politici le famiglie del ceto medio? A seconda dei momenti, che la crisi non era poi così grave, o che dalla crisi si sarebbe usciti o addirittura si stava già uscendo. Ma che cosa hanno visto: che loro lentamente si impoverivano governo dopo governo.

Il malcontento è perciò forte. Anche perché le persone stanno capendo che non sarà un 1% in più annuo del prodotto interno lordo, ammesso che si realizzi, a invertire di per sé la tendenza, perché la concentrazione della ricchezza continua implacabile, come la crisi dello Stato sociale.

E d’altra parte è solo questo che promettono le forze tradizionali. Ecco che allora le persone impoverite spesso vedono quei politici “lontani”, legati sempre più a élite economiche a loro volta sempre più distanti dal ceto medio. E allora non vedono nessuna speranza per loro nelle forze tradizionali. Vedono avanzare un mondo per pochi. Perciò quando vengono le elezioni non vanno a votare, oppure votano per forze politiche o candidati “contro”.

C’è chi ridicolizza o demonizza le forze alternative. E probabilmente in misura non piccola sono costituite da mitomani, avventurieri, affabulatori, portatori di progetti irrealizzabili eccetera, eccetera, se non peggio; e sicuramente anche i loro programmi migliori sono assai carenti; ma non si può chiudere il discorso così. Il declino del ceto medio è un dramma che deve essere affrontato.

Purtroppo, il fatto che le forze tradizionali facciano finta di nulla, e quelle alternative fatichino a proporre buone risposte, ci dice che paradossalmente forse il problema non sono i politici. Perché i nostri politici, quelli vecchi come quelli nuovi, non sono nel complesso tipi molto originali, creativi; pescano necessariamente le loro idee dalla società. Perciò, se nel complesso la politica offre poco, il sospetto è che la società offra poco.

Può sembrare una chiusura troppo generica, però pare a questo punto inevitabile: è necessario anzitutto che nella società si sviluppino idee per un progetto di sviluppo che “tenga dentro” i più, dando loro e ai loro figli prospettive.                 

06/05/2016