Home / RUBRICHE / Tra le righe / Articoli / Senza futuro

Senza futuro

Dopo secoli di progresso, seppur travagliato, sembra svanire la stessa possibilità di un futuro migliore. In questo scenario, quali sono le opzioni possibili?

Scrivendo queste pagine a inizio dicembre ho pensato alla strana attesa del Natale 2011. Luci e vetrine sono in tono minore. Ma questo è già accaduto tante volte.

Quello che trovo davvero strano è l’atteggiamento delle persone.

Non sto pensando al sentimento religioso: è certo bizzarro che il mondo si prepari a vivere una festa religiosa senza più fede. Ma è una bizzarria che si ripete ormai da tanti anni, al punto da apparire quasi normale.

Quella che trovo in questo momento davvero strana è un’altra mancanza, che non è sorta in questi mesi ma a poco a poco nel tempo e però in questi mesi si nota di più: la mancanza del futuro.

Natale, anche per il legame con la nascita a cui si riferisce, è sempre stata una festa all’insegna della speranza, all’idea che il mondo possa rinnovarsi e diventare migliore.

Ma mi guardo attorno, ascolto e vedo in risalto un atteggiamento opposto segnato dalla drammatica scomparsa dell’idea di un futuro migliore.

E’ stato un percorso lungo. Sono state abbandonate le grandi ideologie del Novecento. Il marxismo in particolare, che prometteva un futuro migliore per l’umanità. Insieme al marxismo in generale tutte le dottrine che proponevano una qualche giustizia sociale hanno perso molta della loro credibilità a favore dell’idea di mercato. Ma a sua volta adesso non convince più nemmeno l’idea che il mercato possa garantire uno sviluppo senza limiti: qualcosa di interno al meccanismo dello sviluppo economico – che per la verità non riusciamo a capire bene – lo sta inceppando; e poi, c’è un vincolo esterno, pesante, che invece si delinea con chiarezza: quello ambientale. La questione ambientale, inoltre, rende già di per sé quasi impensabile un futuro migliore: se il mondo attorno a noi è destinato, come pare, ad essere sempre meno vivibile, come si può immaginare un bel futuro per l’umanità? Ristagno dello sviluppo e crisi ambientale sembrano tra l’altro promettere sempre più conflitti per le risorse, ad esempio per l’acqua. Ci sarebbe un ultimo vecchio sogno, quello di un futuro migliore donatoci dalla scienza e dalla tecnologia; ma ormai da troppo tempo le novità sono quasi sempre poco più che giocattoli, tipo l’i-phone; di serio e davvero nuovo c’è poco, è come se la vena innovativa dell’uomo moderno si stesse inaridendo.

 

E’ diventato abituale, ormai, dire che i giovani avranno una vita più povera o comunque più difficile di quella dei loro genitori.

Ma si può vivere senza il concreto riferimento alla possibilità di un futuro migliore?

Confesso che per me è strano. Perché io, come i miei genitori, come i miei nonni sono cresciuto in uno scenario opposto nel quale era quasi scontato che il futuro sarebbe stato migliore. Un mondo nel quale si era pressoché certi del fatto che, malgrado la possibilità di terribili incidenti come le guerre anzitutto, nel medio, lungo periodo le cose sarebbero andate meglio grazie alla crescita dell’economia, a una distribuzione sempre più giusta della ricchezza, ai progressi della tecnica come della medicina.

Però certo si può vivere senza aver davanti la prospettiva di un futuro migliore. E’ capitato già in passato all’umanità. Ma come, senza cedere allo scoramento?

Dev’essere difficile, soprattutto per i giovani. Per che cosa entusiasmarsi?

C’è il pericolo di oscillare tra apatia e un ribellismo senza progetti. Ed è un pericolo reale. Molti scelgono di “volare basso”, con un programma che non va oltre un lavoretto da Mc Donald per pagarsi qualche sera con gli amici. Non pochi sono più o meno indignati, ma questo sentimento – di per sé anche legittimo – si risolve in se stesso risultando perciò sterile.

Per che cosa entusiasmarsi?

  

Una prima via può essere quella dei piccoli miglioramenti. Quello che sembra impensabile è un futuro nel complesso migliore, ma piccoli, settoriali eventi positivi sono certo sempre possibili. Nessuna crisi, nessun degrado globale possono rendere impossibile la ripulitura di un tratto di spiaggia soffocato dai rifiuti o la creazione di un nuovo gruppo di volontari per l’assistenza; la costruzione di un bell’edificio o la scoperta di un nuovo farmaco.

Bisogna sfuggire all’alternativa tra “cambiare il mondo” e rifugiarsi in un privato privo di ambizione.

 

Va poi più in generale riscoperto il piacere dell’etica.

Mi ha sempre colpito il fatto che spesso nelle storie gli eroi non siano quelli che hanno davanti un bel futuro ma siano coloro che, per lo meno nella prospettiva della vita terrena, di futuro davanti ne hanno poco. Quelli che non hanno molto da sperare sembrano più liberi: certo, liberi di compiere le peggiori bassezze ma anche di compiere un bene che altrimenti parrebbe temerario o comunque non proficuo, fino al limite del sacrificio della vita.

L’idea di miglioramento porta con sé quasi inevitabilmente l’idea di compromesso: quante volte gli uomini davanti a una grande meta hanno messo da parte i principi dell’etica per fare ciò che appariva utile anche se in sé discutibile o addirittura infame? Molti dei grandi e piccoli orrori del Novecento sono stati posti essere se non principalmente comunque anche nella prospettiva di un futuro migliore.

Se, invece, non c’è davanti un futuro migliore ben ci si può chiedere: per che cosa vivere allora? E la risposta può ritrovarsi nel vivere bene di per sé.

Certo, la crisi presente ha dentro anche la crisi dell’etica stessa, della differenza tra il bene e il male. Molte delle cose tradizionalmente considerate buone sono state smitizzate se non criticate radicalmente; e molte delle cose tradizionalmente considerate cattive sono state in qualche modo rivalutate. E ci troviamo con molte, moltissime cose che un tempo erano buone o cattive e adesso sono in una specie di zona grigia dove ognuno fa quel che gli pare e va bene così. Una situazione drammatica, se si va al di là della superficie. Ma in ogni caso è possibile oggi ancora trovare cose che si possono considerare buone e non sono sempre facili. Per fare un esempio banale: rispettare la legge.

 

E c’è anche il compito di salvaguardare il mondo.

Perché il futuro che abbiamo davanti non è certo tutto scritto. E la prospettiva della decadenza lascia comunque aperti scenari diversi. Il futuro sarà probabilmente peggiore del presente ma il “quanto” e il “come” dipendono da noi. E possiamo anzitutto difendere le molte cose di questo nostro mondo che ci sembrano buone.

A ben vedere noi tutti conosciamo un sacco di persone che più o meno consapevolmente fanno questo: cercare si salvare – per la parte che gli compete – un pezzetto di mondo. Vedono il declino, non possono impedirlo, ma su alcune cose essenziali non mollano. E’ un lavoro di trincea. C’è l’infermiera, c’è la maestra, c’è l’architetto, c’è il cassiere: vedono venire avanti il degrado ma si avvinghiano ad una qualità del loro lavoro che avvertono importante e ancora possibile e non cedono. La struttura dove operano cade magari a pezzi; i fondi non ci sono; il malcontento dilaga e “fuori” va sempre peggio ma si dicono, ogni giorno: “L’essenziale è dire la parola giusta. E lo farò”; “Anche qui, adesso, posso fare cose capaci di far nascere la passione. E lo farò”.

 

Non v’è dubbio che lavorare per un futuro radioso sarebbe per molti versi più facile e più gratificante. Tuttavia nessuno può scegliere la storia dentro la quale è chiamato a vivere. Possiamo solo scegliere il nostro ruolo nella storia che ci è toccata. E poi certo possiamo chiederci, oggi soprattutto sotto il cielo di piombo che è sopra di noi, se valga oppure no la pena di credere in antiche promesse. Perché quest’umanità sta vivendo una doppia perdita. Per usare il vecchio linguaggio: essa è a corto di speranza terrena così come di speranza ultraterrena. Più o meno in parallelo si sono annebbiati il sogno del paradiso terreno e quello della Gerusalemme celeste. Potrebbe essere troppo per l’uomo.

Ennio Codini

Lisdha News n 72, gennaio-marzo 2012

 

 

18/12/2013