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Spegnete le slot

Una barista “pentita” ha spento le slot machine nel suo locale alla periferia di Cremona. Potrebbe sembrare una vicenda piccola piccola, di quelle che suscitano interesse solo per la loro stranezza. Ma forse non è così.

Monica Pavesi, “La barista pentita”

Che cosa ha fatto quella donna? Ha spento le slot machine che si trovavano nel suo locale alla periferia di Cremona. Perché? «Non sopportavo più di vedere persone che si rovinavano in quel modo».

 

Viviamo in un paese nel quale giustamente c’è preoccupazione per il fatto che molto spesso la legge è violata e con gravi conseguenze. Siamo oppressi ad esempio dai dati impressionanti sull’evasione fiscale o sul lavoro nero. E senza dubbio ci vuole talvolta un certo coraggio civile a rispettare le leggi: si pensi ad un artigiano che vede i concorrenti evadere il fisco impuniti e tuttavia sceglie di pagare le tasse. Ma il caso della barista di Cremona che ha spento le macchinette mangiasoldi ci ricorda che l’etica non si riduce al puro rispetto della legge. Le sue slot erano legali ma lei si è chiesta: «E’ giusto tenerle accese?».

Troppo spesso ci accontentiamo di comportarci secondo la legge; e invece sovente quello è solo un primo passo, rispettato lo standard legale dobbiamo chiederci: «Tutto ciò che è legale è anche giusto?». In alcuni ambiti dell’esistenza in verità sappiamo quasi istintivamente che bisogna andare al di là della legge: nessuno ad esempio pensa che si possa mandare avanti bene una famiglia solo rispettando le relative norme del codice civile. Ma in altri contesti spesso ci accontentiamo, ad esempio quando si tratta di lavoro, commercio, affari… La barista pentita ci ricorda che, invece, anche lì c’è bisogno di un’etica al di là della legge.

 

Fa poi riflettere la motivazione del gesto: la barista ha spento le slot machine perché non sopportava più «di vedere persone che si rovinavano in quel modo».

Non sopportava più di vedere:  l’etica presuppone attenzione, si tratta anzitutto di vedere. Altri al suo posto non ci avrebbero fatto caso, distratti dalle molte incombenze e preoccupazioni della vita, o addirittura avrebbero in qualche modo scelto di non vedere, per non avere problemi di coscienza. Quella donna invece ha scelto, ha accettato di vedere e perciò poi ha fatto una cosa giusta.

Persone che si rovinavano. Anche questo aspetto è importante: erano le persone a rovinarsi, di per sé la barista non faceva nulla. Non era lei come un bandito che aggredisce e nemmeno come un politico che imbroglia: lei solo vedeva persone adulte che senza esterne costrizioni si rovinavano. Avrebbe potuto pensare: «E’ una loro scelta. Sono fatti loro». Invece ha pensato: «Sono io che lo permetto, con le slot nel mio locale, e potrei impedirlo spegnendole». La barista pentita ci ricorda un antico principio dell’etica, quello secondo cui in qualche modo noi siamo responsabili anche per gli altri. E’ Caino a dire le parole terribili: «Sono forse il custode di mio fratello?».

 

Qualcuno potrebbe trovare puerile il gesto della barista pensando: «Ma tanto lo faranno altrove! Di slot machine se ne trovano a ogni angolo di strada».

E’ un modo di pensare assai diffuso. Si ricorda il carattere globale di molti dei problemi e in attesa di soluzioni globali non si fa nulla.

Si dimentica però che l’etica non è solo una questione di risultati; è, invece, anzitutto, fatta di gesti che hanno un valore di per sé. La barista che ha spento le slot sapeva benissimo che di quelle macchine se ne trovano a ogni angolo di strada, ma ha tenuto presente l’esigenza di fare anzitutto qui ed ora  “la cosa giusta”.

 

C’è, infine, un ultimo aspetto della vicenda che le cronache hanno giustamente rimarcato: le slot machine in quel bar incassavano circa 50mila euro al mese (non dimentichiamolo mai: giocando con quelle macchinette la gente di regola perde e alla lunga perde parecchio), e di questi quasi tremila andavano alla barista. Quindi col suo gesto la donna ha rinunciato a una guadagno sicuro di quasi tremila euro al mese: non poco, considerando anche che il suo è un semplice bar di periferia dove non è che si guadagni granché con caffè e cappuccini (e oltretutto lei ha ancora un mutuo da pagare per quel locale).

Ecco, anche questo è importante: la barista di Cremona ci ha ricordato che oltre al bene che non costa nulla, che per questo non di rado facciamo, e che a volte ci sembra più che sufficiente per definirci “buoni”, ve n’è un altro che invece costa e che perciò ha un valore assai maggiore.

 

Pochi giorni dopo è apparsa sul Corriere della Sera un’intervista al direttore dell’Agenzia dei Monopoli di Stato a proposito del gioco d’azzardo.

In quell’intervista l’alto funzionario considerando il dilagare delle slot machine non solo ha riconosciuto che «è venuto il momento di interrogarsi sugli effetti [negativi] di questa espansione” e ha anche aggiunto che bisogna studiare “meccanismi tecnologici che ci consentano di intercettare quei casi di cosiddetto gioco compulsivo». Ad esempio: introdurre un meccanismo tale per cui quando «La macchinetta capisce che si sta passando un certo limite nel numero e nella frequenza delle giocate può mandare degli avvertimenti e magari, se uno continua, può anche spegnersi».

 

Come non vedere un legame tra simili dichiarazioni e il gesto della barista pentita? Come non pensare che quel gesto ha portato o comunque ha contribuito a portare al centro dell’attenzione come tema ineludibile la necessita di contrastare in qualche modo quel rovinarsi delle persone con le slot machine denunciato dalla barista?

Questa è anche una risposta a chi dice: «A che serve spegnerle in un locale? Tanto le persone giocheranno comunque allo stesso modo altrove domani e sempre».  Non è proprio così: con un po’ di fortuna al momento giusto certi gesti personali apparentemente di poca efficacia possono toccare molte coscienze, e magari innescare cambiamenti di portata più ampia.

 

Ci sono dunque molti motivi per riflettere sul gesto della barista pentita. Non solo e non tanto per apprezzarlo e basta, ma per sentirci da esso provocati, sollecitati a guardare con occhi almeno un poco diversi alle nostre scelte quotidiane. Per chiederci se non abbiamo anche noi per caso qualche chance per andare al di là del rispetto delle regole, vedere il male e la sofferenza che ci circondano, sentirci responsabili un poco anche per gli altri e fare la cosa giusta anche se magari questo ci può costare.

08/05/2017