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Superare le paralimpiadi?

In un contesto dove è forte la spinta per l’integrazione, le paralimpiadi propongono invece l’immagine dello sport dei disabili come di una realtà “a parte”. E’ un modello di successo, ma è il caso di considerarlo in punto d’arrivo? Qualche considerazione a riguardo, forse provocatoria, da parte di un semplice spettatore.

Tutti parlano bene delle paralimpiadi. Le ultime in particolare a Rio lo scorso settembre sono state un evento di grande successo. Io però non posso nascondere una certa perplessità. Ci sono gare interessanti, anche appassionanti, molto seguite. Però mi chiedo se la formula non debba essere superata.

Mi sembra un modo di organizzare lo sport contrario quello che da anni si dice a proposito dell’integrazione. Abbiamo combattuto contro le scuole speciali sostenendo la necessità di inserire i ragazzi disabili nella scuola ordinaria. Siamo perplessi quando viene proposto di collocare questi ragazzi dopo la scuola in apposite cooperative, perché ci sembra che sarebbe meglio se lavorassero con i normodotati nelle comuni organizzazioni produttive.

Ma che cosa sono le paralimpiadi? Un grande evento nel quale competono solo disabili.  Ci sono le olimpiadi per gli atleti senza aggettivi, e poi per gli atleti disabili ci sono le paralimpiadi.

Certo, storicamente sono state importanti per far emergere a livello mondiale la realtà dei disabili nello sport. Ma al punto in cui siamo, non dovremmo andare oltre?

Un’obiezione a questo discorso potrebbe essere che, ponendo anche gli atleti disabili all’interno del grande contenitore delle olimpiadi essi per così dire sparirebbero, mentre con i giochi paralimpici le loro gare hanno maggior risalto.

Ma è vero? Vediamo che tanti sport cosiddetti minori, che non riescono a catturare sistematicamente l’attenzione del grande pubblico, trovano proprio ogni quattro anni nelle olimpiadi un’occasione unica per appassionare tutti. Tali sport hanno anche i “loro” eventi. Ma è significativo che nessun schermidore, tuffatore, judoka o ginnasta baratterebbe una medaglia olimpica con una nei mondiali di specialità.

D’altra parte, partecipare alle olimpiadi sarebbe per gli atleti disabili un’occasione unica sul piano delle relazioni, degli stimoli, dell’immagine.

 

C’è anche un secondo elemento che mi rende perplesso davanti alle paralimpiadi. Esse si propongono come il grande evento dell’atletismo in condizione di disabilità. Ma io mi chiedo: non dovrebbero gli atleti disabili per quanto possibile gareggiare con gli altri?

E’ chiaro che ci sono dei limiti. Non avrebbe alcun senso ad esempio una sfida sui cento metri tra un velocista normodotato e un atleta in carrozzina. Lo sport ha bisogno di confronti “veri”.

Però il mondo della disabilità è molto vasto ed eterogeneo. Non ci sono solo i paraplegici, ci sono i più diversi handicap sensoriali, c’è  un’amplissima gamma di disabilità psichiche… Perché è così raro trovare un atleta disabile competere con i normodotati? In anni recenti ha fatto molto discutere il caso Pistorius, talvolta capita di sentire la notizia di atleti sordi o ipovedenti che competono con i normodotati. Però mi pare siano casi rarissimi.

E allora davanti alle paraolimpiadi ho la spiacevole sensazione che si sia costruito con cura un mondo a parte per gli atleti disabili dove essi devono andare, togliendo dall’ordine del giorno la questione del favorire con ogni mezzo l’accesso invece degli atleti disabili alla competizione con i normodotati.

E’ chiaro che sarebbe terribilmente riduttivo liquidare le paralimpiadi come un alibi per quanto non si fa per inserire i disabili nello sport di tutti. Esse sono oggi una grande occasione per atleti straordinari che per vari motivi non potrebbero competere in nessuna delle discipline per i “normali”.  Però resta in me l’immagine spiacevole di un evento che si propone come quello con le gare per l’atletismo in condizione di disabilità, mettendo come in ombra il grande tema dell’integrazione dei disabili per quanto possibile nelle competizioni ordinarie.

 

C’è infine un terzo elemento di perplessità. Vedo ad esempio le gare degli handbikers categoria H5 dove in alcuni tratti si superano i cinquanta chilometri orari e mi chiedo: perché sono competizioni solo tra disabili?

Ho fatto qualche ricerca nel web, e mi pare di aver capito che di per sé l’handbike è uno strumento che viene proposto per tutti, ma quando si tratta di competizione anche la categoria H5 è una categoria riservata a chi convive con determinate menomazioni.

Ma che cosa si rischierebbe ad aprire queste competizioni? Di vedere gli atleti disabili messi in ombra? Ma, considerate le specifiche qualità richieste per eccellere, siamo sicuri che sarebbe così?

 

E’ chiaro qual è a questo punto il sogno di chi scrive: avere anche gli atleti disabili, tutti quelli di punta, alle olimpiadi, nelle gare degli “altri” per quanto possibile, o anche in competizioni costruite ad hoc, peraltro anche queste per quanto possibili aperte a tutti gli atleti.

E’ il sogno di uno spettatore che non ha maturato alcuna esperienza diretta, né come atleta, né come tecnico o dirigente o altro all’interno della realtà di quello sport per disabili che trova oggi nelle paraolimpiadi un evento centrale.

Però, proprio la crescita dell’esperienza sportiva dei disabili l’ha resa una realtà che interessa il vasto pubblico. Per fortuna non si tratta più di una cosa che riguarda esclusivamente gli atleti, i loro familiari e amici, e i tecnici, gli organizzatori e i dirigenti di settore. 

E allora anche le impressioni e i sogni di un semplice spettatore sono importanti. 

29/10/2016