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Un corpo tecnologico

Brevi riflessioni sul futuro dell’uomo dopo una visita a Reatech. La tecnologia sembra avviata a darci la possibilità di sostituire quasi ogni funzione corporea con strumenti. Ma non potrebbe la corsa sfrenata verso l’artificiale rivelarsi un errore?

Dopo aver visto il maggio scorso durante Reatech quel che la tecnologia offre per migliorare la vita dei disabili mi sono ritrovato, insieme, fiducioso e perplesso.

Nei padiglioni della Fiera di Milano erano esposte e mostrate nella loro efficacia parecchie soluzioni utili. Non mi sono soffermato su questa o su quella in particolare. Ho considerato invece l’insieme e ho avuto l’impressione che una svolta straordinaria è possibile. I progressi nella meccanica e nell’elettronica consentono o comunque potrebbero consentire tra breve di sostituire quasi tutte le funzioni oggi svolte dal corpo collegando in modo nuovo la mente al mondo.

Una straordinaria opportunità per i disabili fisici o sensoriali.

Non puoi fare il movimenti per sollevare una tapparella? Schiacci un pulsante. E se non puoi schiacciare un pulsante? Dai un comando a voce. E se non puoi parlare? Basta che il comando si formi nella tua mente e al resto ci penseranno l’elettronica e la meccanica. Alcune di queste cose sono già possibili, altre potrebbero esserlo tra breve.

Devi usare la macchina ma non hai tutte le risorse fisiche ordinariamente necessarie? Si adatta la macchina, riducendo sempre più le risorse richieste, fino al limite a cui ci stiamo avvicinando di una vettura tale per cui sali, dici dove vuoi andare e lei ci va, da sola.

Fossero solo queste cosa per i disabili, probabilmente molti sviluppi sarebbero lenti, o addirittura non si realizzerebbero, perché i possibili acquirenti sarebbero troppo pochi per giustificare le ingenti spese di investimento.

Ma il bello è che molte delle tecnologie utili per i disabili piacciono alla popolazione in genere. Sembrano a questo proposito realizzarsi le condizioni che purtroppo non sempre si realizzano a proposito delle barriere architettoniche.

Per queste ultime si insiste da tempo sul fatto che ciò che è buono per i disabili è buono per tutti, ma poi in concreto, per fare un esempio banale, alla maggioranza della gente fare qualche gradino non dispiace per cui se il gradino blocca il disabile finisce che quest’ultimo è il solo interessato.

Invece la cosiddetta domotica interessa molti; ormai, per fare un esempio, nelle pubblicità immobiliari capita di vedere tra i pregi vantati di un edificio accanto a una classe energetica “A” per lo meno la predisposizione appunto alla domotica. E quanto spazio dedicano i media agli studi per rendere le auto capaci di “fare tutto da sole”? E lo stesso vale per tutti quei dispositivi che ad esempio danno il via ad un’operazione dopo aver verificato che l’iride dell’interessato è quella “giusta”.

Ecco che allora potrebbero esserci davvero anche le condizioni economiche per progressi rapidi verso un mondo nel quale i disabili fisici o sensoriali potrebbero vivere in modo molto simile ai normodotati (crisi economica permettendo, ovviamente).

 

E allora perché visitando Reatech mi sono ritrovato oltre che fiducioso anche perplesso?

Proprio per l’elemento importante che ho appena indicato: perché molte delle tecnologie per i disabili piacciono anche alla popolazione in genere. Si tratta di una fortuna ma, insieme, mi è sembrato nascondere un’insidia.

Collegare la mente al mondo facendo a meno del corpo, attraverso una sorta di corpo tecnologico che andrebbe a poco a poco a sostituire sostanzialmente quello biologico: è una cosa che può attrarre tutti, perché si riduce la fatica, si possono fare altre cose, e poi c’è il fascino del futuro, del superamento dei limiti tradizionali.

Ma mi sono chiesto: è questo il mondo giusto per noi, per l’umanità in genere? Il dubbio nasce dal fatto che simili tecnologie andrebbero a cancellare gesti antichi – come camminare o sollevare un oggetto – che hanno accompagnato l’uomo fin da principio. Ma, per come ci siamo evoluti e non potendo così da un momento all’altro mutare la nostra natura, potremmo vivere bene così?

Credo che sia impossibile rispondere a un simile interrogativo.

E allora si rimane con il dubbio: quest’affascinante offerta di surrogati tecnologici del corpo non potrebbe nascondere gravi minacce per il nostro equilibrio? Non potremmo, un giorno, dopo essere andati avanti, molto avanti lungo la via del “tutto artificiale” accorgerci che non può l’uomo vivere cosi, ma troppo tardi ormai per tornare indietro?

In questa prospettiva, il fatto che le tecnologie per disabili possano interessare a tutti mostrerebbe una natura drammaticamente ambigua: da un lato, sarebbe la condizione per il loro sviluppo, per il loro poter essere davvero messe a disposizione dei disabili così da dare ad essi una vita migliore; dall’altro, sarebbe un pericolo per l’umanità

 

Ma forse si tratta di un dramma superabile.

Io in casa non ho nemmeno le tapparelle elettriche; non è una questione economica, è proprio che la cosa non mi interessa. E in auto non uso il navigatore, perché mi piace orientarmi da me con l’aiuto delle carte.

Qualcuno potrebbe osservare subito: “E’ perché sei vecchio! Le nuove generazioni non hanno le tue remore”.

Ma non mi sembra che sia così: se guardo ai miei coetanei vedo che molti di loro fanno assai più di me ricorso alle tecnologie “sostitutive”; e d’altra parte, se guardo ai mie figli, che pure stando a quel che si dice in giro dovrebbero essere dei “nativi digitali”, li vedo anch’essi tiepidi.

Davanti all’offerta tecnologica spesso accade che alcuni prendono e usano tutto o quasi voracemente mentre altri preferiscono prendere solo qualche cosa con cautela e affiancandola agli strumenti tradizionali. Un po’ è l’istinto a portarci lungo strade differenti, un po’ si tratta di gusti diversi, in parte si tratta di un uso diverso della ragione.

E, si badi bene, non è che gli uni sono intelligenti e gli altri sciocchi. Spesso ragioniamo così: pensate ai molti articoli di giornale su questi temi, ad esempio sull’uso dei social networks: o si sostiene che l’uso è buono, e che chi non li usa sbaglia; o, più di rado, si sostiene che l’uso è cattivo e che chi li usa sbaglia. Ma è un approccio irragionevole: poiché non siamo in grado di valutare bene, compiutamente i pro e i contro di tali strumenti si dovrebbe dire: è bene che certuni li usino, saggiandone fino in fondo potenzialità e limiti, e che altri invece seguano vie diverse consentendo un continuo confronto dei risultati capace di mostrare a tutti progressivamente la via migliore.

Questo dovremo fare anche davanti alla prospettiva di un “corpo tecnologico”: dividerci, accogliendo alcuni, assieme ai disabili per il quale il vantaggio certo supera lo svantaggio, con entusiasmo le nuove opportunità, e rimanendo altri ancorati a stili più tradizionali. Negli anni la dialettica, la competizione anche, tra i diversi stili metterà in luce le debolezze degli uni e degli altri, la negatività magari di certune soluzioni estreme applicate a tutti e, insieme, sperabilmente la bontà per tutti di talune soluzioni che inizialmente lasciavo certuni perplessi.

Quello che non dobbiamo fare, in uno scenario incerto, è muoverci come massa, secondo il modello del gregge di pecore, dimenticando che è da sempre la differenziazione tra singoli e tra gruppi il segreto della fortuna dell’umanità. 

Ennio Codini

Lisdha News n 74, luglio-settembre 2012 

 

   

 

 

 

   

 

18/12/2013