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Un danno nascere disabile per i giudici francesi

Nascere disabile è un danno da risarcire secondo i giudici francesi. Ma chi ha diritto a decidere quando una vita ha valore?

Siamo tutti tutti handicappati – ha detto il Presidente Ciampi ricevendo il 15 dicembre scorso gli atleti che hanno partecipato alle para olimpiadi – perché tutti abbiamo limiti e sempre siamo in qualche modo insufficienti rispetto a quello che vorremmo.

Nascere disabili è peggio che non nascere affatto, aveva detto pochi giorni prima la giustizia francese. Se il medico per errore non comunica alla madre che il nascituro sara' disabile e perciò la madre non abortisce, dovra' risarcire il danno alla famiglia del disabile – così si è pronunciata la Cour de Cassation lo scorso 6 novembre – se non addirittura al disabile stesso – tesi sostenuta da altri giudici francesi.

Leopardi, forse, non avrebbe visto contraddizione tra le due tesi, ritenendo la vita, ogni vita, dominata da una sofferenza senza speranza e perciò cosa peggiore del nulla. Avrebbe solo criticato i giudici francesi per discriminazione, dovendosi condannare al pagamento dei danni eventualmente tutti coloro i quali (a cominciare dai genitori) fossero colpevoli di aver fatto vivere qualcuno.

Ma né Ciampi, né la giustizia francese, ragionano come Leopardi. Il nostro presidente e i giudici francesi pensano che il vivere sia in sé cosa buona. E allora questi rappresentanti dei popoli d’Europa dicono cose opposte. Per Ciampi l’handicap è elemento essenziale di quella vita umana che è comunque cosa buona. Per i giudici francesi, invece, certe disabilita', che sono poi quelle o alcune tra quelle per le quali comunemente si parla di handicap, rovesciano eccezionalmente la situazione per cui si dice che la vita è cosa buona rendendo la vita peggiore della morte.

Come cittadini ci dobbiamo chiedere: a chi dare ragione?

 

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Il senso comune non ci aiuta granché, perché da' ragione sia a Ciampi che ai giudici avendo dentro di sé la contraddizione.

Infatti, il senso comune è permeato dalla dottrina cristiana, e allora dice che tutti siamo handicappati in quanto tutti sentiamo che dentro di noi qualche cosa non va e però nessun handicap di quelli cui solitamente si pensa tocca l’essenziale, perché la vita è essenzialmente occasione di scelta sempre possibile per il bene in vista di una realizzazione di sé aperta a tutti.

Ma il senso comune ha dentro anche uno spirito che potremmo definire laico, secondo cui la vita non è degna di essere vissuta se mancano alcune condizioni considerate minime riguardanti l’intelligenza e il piacere o per lo meno il non soffrire certe sofferenze. Quanti di noi dicono, spesso, pensando a sé stessi ma anche alla vita umana in genere: meglio morire che passare anni su una carrozzella; meglio morire che starsene mesi in coma per poi uscirne menomati.

E gli istinti? Ancora contraddizione. Perché, da un lato, c’è, tenace e rispettato, in tutti, l’istinto di sopravvivenza, che non distingue tra le diverse condizioni portando a cercare di sopravvivere noi e, se si è generosi, di far sopravvivere gli altri sempre e comunque. Ma dall’altro lato c’è, altrettanto tenace, quell’istintivo fuggire il dolore e cercare il piacere che può condurre a disprezzare la vita propria e altrui ove segnata da certe condizioni di disabilita'.

Queste spinte contraddittorie segnano a ben vedere gli atteggiamenti collettivi. Si chiede un’azione forte delle istituzioni non solo contro l’omicidio dell’handicappato ma anche, in termini preventivi, contro un suo suicidio, e poi si chiede sia dato aiuto alle esistenze segnate da quegli handicap che per i giudici francesi rendono la vita peggiore della non vita, e il presupposto di tutto questo è l’idea che tutte le vite umane hanno addirittura lo stesso assoluto valore. Altro che vite rispetto alle quali è meglio la morte! E però poi, se vengono prospettate in un certo modo determinate condizioni di sofferenza, molti di noi sono pronti a prendere in considerazione l’idea di legalizzare l’eutanasia così come l’aborto terapeutico, fino all’ammettere l’uccisione per amore, sul presupposto che certe condizioni di vita rendano preferibile la morte.

E persino il linguaggio è contraddittorio. Parlando dei singoli e delle istituzioni che aiutano i disabili anche quando sono in condizioni che paiono di inabilita' e sofferenza estrema, si parla comunemente della necessita' di un intervento collettivo a favore di un agire che si giudica ‘amoroso’, ‘pietoso’ o comunque ‘giusto’. Ma poi parlando di chi al contrario in certe condizioni ‘stacca la spina’ o addirittura richiede o somministra una ‘dolce morte’ spesso ancora si parla di ‘amore’ e di ‘pieta'’ e di ‘giustizia’, come se la morte in tal caso fosse appunto piu' giusta della vita.

 

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Tornando alle opposte posizioni del nostro presidente e dei giudici francesi, che dire allora? Come cittadini italiani o francesi, dobbiamo approvare chi come nostro rappresentante afferma che siamo tutti, deambulanti e in carrozzina, vedenti e ciechi, intelligenti o meno, ugualmente disabili e ugualmente viventi una vita su questa terra che è giusto si sviluppi e continui fino a che la morte non l’interrompa senza scampo? Oppure dobbiamo approvare chi afferma che è solo una menzogna pietosa dire ai cosiddetti disabili che tra la loro vita e quella degli altri non c’è radicale differenza di valore, perché invece vi sono vite disabili addirittura peggiori del non vivere questa vita terrena?

Credo si debbano fare a riguardo due considerazioni.

La prima la propongo partendo dall’esperienza personale. Quando sento o vedo o leggo di qualcuno che definisce – pur con tutti i riguardi, ci mancherebbe! – certe vite handicappate non degne di svilupparsi o di continuare essendo migliore di esse la morte, penso istintivamente alla vita di chi enuncia la tesi. E sorprendentemente spesso mi viene da pensare che forse o addirittura con tutta evidenza quella vita non è piu' degna di quelle handicappate di cui sta parlando. Perché mai, ad esempio, la vita di un politico che arraffa serenamente denaro pubblico dovrebbe essere piu' degna di quella di una bambina che dorme nel coma? Perché mai, per fare un altro esempio, la vita di un uomo che seraficamente passa da una compagna ad un’altra senza dare peso alcuno al dolore di quella o di quelle ‘vecchie’ e magari dei loro e suoi figli dovrebbe essere piu' degna di continuare di quella di un malato prossimo alla morte ma che ha ancora magari la voglia estrema di stringere la mano di chi ha amato per tutta la vita?

Questa prima considerazione conduce poi ad una seconda. Io, se mi metto a ragionare in termini di maggiore o minore valore di questa o quella vita, ho le mie idee su quali vite debbano eventualmente ritenersi di minor valore, ma basta riflettere su esempi come quelli che ho appena fatto per rendersi conto che gli italiani – per cui parla Ciampi – come i francesi – per cui parlano quei giudici che considerano certe vite un danno rispetto alla morte – non sono certo concordi a riguardo. Anzi, a pensarci bene è questo uno di quei casi dove a ogni testa corrispondono idee diverse.

E sono aspetti che toccano i sentimenti e le convinzioni piu' profonde.

E allora, possiamo accettare che su quali siano eventualmente le vite che hanno minor valore della non vita si decida a maggioranza?

Io dico di no, che non lo dobbiamo accettare.

E allora dobbiamo respingere come cittadini l’idea che le istituzioni possano giudicare questa o quella vita disabile addirittura peggiore della non vita. Quali speciali titoli ha un giudice per fare dichiarazioni simili? Ma è inaccettabile anche che sia una maggioranza parlamentare ad esprimere un simile giudizio.

E a che servirebbe poi? A condannare – come hanno fatto i giudici francesi – chi per errore ha concorso a far vivere chi altrimenti non sarebbe vissuto? Con la conseguenza che poi per parita' di trattamento si dovrebbe condannare e piu' duramente anche chi non per errore ma volutamente salva certe vite (individuate a maggioranza!) dal pericolo della morte? O vorremmo che il giudizio servisse allo stato, o alle regioni, o ai comuni per decidere chi aiutare e chi no, lasciando perdere le vite giudicate a maggioranza ‘indegne’?

Invece idee come quelle del Presidente Ciampi evitano che la societa' faccia scelte inaccettabili per alcuni dei suoi membri.

E poi migliorano la societa' stessa. Perché, se ci sentiamo tutti egualmente disabili, seppure ciascuno a modo suo, ci sentiamo tutti piu' vicini. In quanto comunita' i nostri occhi si posano su tutti e ciascuno con istintiva tolleranza e magari anche con una qualche solidale misericordia. Dove può essere utile l’intervento collettivo lo si da senza fatica e generosamente. Non è meglio così?

E allora fa bene il presidente a proclamarci tutti handicappati.

Ennio Codini

Lisdha news n 28, gennaio 2001

02/12/2013