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Un nuovo popolo

La popolazione appare sempre più eterogenea. Viviamo e vivremo in un paese costituito da un’infinità di minoranze. Il buon tempo antico fatto di un popolo accomunato da una stessa cultura non può tornare. Dobbiamo trovare modi per stare insieme pur essendo diversi.

In settembre è iniziata l’ennesima sanatoria per gli immigrati senza permesso di soggiorno. Di una sanatoria si possono pensare tante cose. Quel che è certo è che centinaia di migliaia di stranieri passeranno da residenti precari a residenti stabili. L’esperienza ci dice infatti che una volta ottenuto il permesso difficilmente l’immigrato ritorna in patria. E questi nuovi residenti stabili hanno un tratto comune: sono diversi dall’italiano medio (qualunque cosa si intenda per italiano medio).

 

Quest’estate si è molto parlato dei barconi pieni di migranti respinti nel Mediterraneo. Qualcuno pensa che finalmente si è bloccato l’afflusso di stranieri. Ma non è così. Ogni mese continuano ad entrare migliaia di immigrati (alcuni clandestinamente, altri per ricongiungimento familiare, altri ancora con visto turistico). Quasi tutti diventeranno residenti stabili, anche quelli senza permesso di soggiorno prima o poi in qualche modo se lo procureranno. Ma come sono questi nuovi residenti? Sono come quelli che beneficiano della sanatoria: diversi dall’italiano medio.

 

E tutti questi nuovi residenti stabili vanno ad aggiungersi ai milioni di stranieri che sono già qui da qualche anno e che mostrano di conservare nel tempo, almeno in una qualche misura, la loro diversità.

 

E gli italiani?

Mi capita a volte di leggere vecchie pagine dove si parla di “nazione” e di “italiani” e si descrive quelli che sono o dovrebbero essere i tratti del “popolo italiano”. Si parla spesso di una fede o comunque di una tradizione religiosa comune (ovviamente quella cattolica). Si parla più in generale di una “cultura comune” fatta di valori e stili di vita condivisi specie con riguardo alle alternative più rilevanti sul piano etico. Si parla poi quasi sempre del rapporto con una storia comune nel senso che ci dovrebbero essere eventi storici chiave interpretati da tutti allo stesso modo e in quanto tali generatori di “identità”.

Ma che cosa vediamo oggi? Non solo i cattolici praticanti sono una minoranza ma lo stile di vita “cattolico” non è più maggioritario. I matrimoni civili, ad esempio, in molti territori sono ormai più frequenti di quelli religiosi. Però non c’è un nuovo stile condiviso; semplicemente, mentre prima quasi tutti si sposavano in chiesa adesso alcuni si sposano in chiesa, altri si sposano in comune, altri adottano in via stabile la via della convivenza (e altri ancora, assai più che in passato, decidono di vivere da single).

E quale sarebbe l’evento storico riconosciuto come fondamento dell’identità italiana? La Resistenza da molti di quanti hanno vissuto quegli anni è sentita ancora in termini di contrasto – “noi”, “loro”, gli uni contro gli altri – mentre i giovani la vedono come un evento lontano. Quanto al Risorgimento, poi, si scontrano ormai da anni due opposte interpretazioni: a quella classica che parla di un’unificazione-liberazione rispondente ai desideri di un popolo da tempo diviso e oppresso se ne contrappone un’altra ormai diffusa che parla di conquista, di oppressione-repressione, di unificazione coatta.

 

Qualcuno sembra credere che staremmo vivendo semplicemente un drammatico passaggio dove a un vecchio popolo, quello degli italiani, indebolito dal declino demografico e incapace di frenare l’invasione straniera se ne starebbe sostituendo un altro costituito appunto dagli stranieri immigrati.

Ma è un’idea assurda. I dati ci dicono che in Italia ci sono all’incirca 700 mila rumeni, 500 mila albanesi, 400 mila marocchini, 200 mila cinesi, 200 mila ucraini, 100mila ecuadoregni, 100 mila egiziani, 100 mila filippini, 100 mila indiani, 100 mila macedoni, 100 mila moldavi, 100 mila peruviani, 100 mila polacchi, 100 mila senegalesi, 100 mila tunisini, più una miriade di gruppi nazionali minori.

Dov’è il nuovo popolo “straniero”? Immaginiamo pure che ogni gruppo nazionale sia compatto come il popolo italiano di cui parlano i vecchi libri (il che non è). In ogni caso, se anche il numero degli stranieri dovesse crescere di molto si tratterebbe comunque di un insieme estremamente eterogeneo di gruppi nazionali accomunati solo da un “non”, dal non essere figli di italiani perché al di là di questo un rumeno si sente più simile a un italiano che non a un cinese o a un indiano e un marocchino può forse sentirsi simile a un egiziano o a un tunisino ma non ha proprio nulla a che spartire con un polacco o un ucraino. Dov’è il nuovo popolo?

Anche ragionando in termini di religione la situazione non cambia. I tanto temuti islamici sono a mala pena un terzo di tutti gli stranieri e per molti di essi l’islam è come il cristianesimo per molti battezzati, a mala pena un “vago sentire”.

 

Quella che emerge è una popolazione sempre più eterogenea dove non solo ci sono molte differenze ma non emerge un gruppo maggioritario, centrale omogeneo. Di più: che si guardi al modo di vestire o ai gusti alimentari, alle idee religiose o alla concezione della famiglia o all’idea di patria si vedono solo “minoranze”. Le donne velate sono minoranza come le ragazze con il piercing; i cattolici praticanti sono minoranza come i mussulmani e come gli atei; e fra qualche anno gli sposati in chiesa saranno minoranza come gli sposati in comune e come i conviventi.

 

In tale contesto a livello di partiti solo la Lega Nord ha avuto il coraggio e la lungimiranza di porsi il problema del “popolo”. Lo ha fatto soprattutto con riguardo ai problemi posti dall’immigrazione, ma l’approccio potrebbe ben valere anche a proposito della crescente eterogeneità degli italiani.

Che cosa propone la Lega? L’approccio è ben definito. Di fronte alla crescente eterogeneità bisogna seguire due vie complementari.

Anzitutto, recuperare il più possibile la tradizione, intesa come l’insieme di quegli stili di vita locali che caratterizzavano le nostre città e i nostri paesi fino a una cinquantina di anni dando vita ad un mondo che oggi molti vedono come bello e rassicurante. In tale contesto assume un ruolo emblematico l’azione insistente per un recupero dei dialetti.

Inoltre, combattere ostinatamente ciò che più appare lontano dalla tradizione. Si pensi all’azione di contrasto continua nei confronti delle moschee e delle donne velate ossia di due elementi visivamente in contrasto, più di altri, con l’immagine tradizionale dei nostri centri abitati.

 

C’è una logica in tale approccio; e non sempre le critiche feroci di cui è oggetto sono giustificate.

Però non è una risposta adeguata.

Ma anzitutto: qual è esattamente il problema?

Bisogna partire da due dati.

1) L’eterogeneità che caratterizza in modo crescente la nostra società non può essere superata per lo meno del breve, medio periodo. Per quel che riguarda gli italiani, essa nasce dalla rivoluzione industriale, dall’istruzione di massa, dalla crisi del cristianesimo. Non è perciò con tutta evidenza qualche cosa che possa prevedibilmente essere superato in qualche decennio. Per quel che riguarda gli stranieri, poi, la storia e l’esperienza in questi anni dei paesi che prima del nostro hanno vissuto l’immigrazione di massa ci mostrano che i modi di pensare degli immigrati cambiano, certo, ma nel complesso cambiano lentamente e, o parzialmente e si trasmettono in parte da una generazione all’altra.

2) L’eterogeneità del popolo di per sé non è un male. Dall’antica Roma fino agli odierni Stati Uniti la storia propone un’infinità di esempi di compagini eterogenee e di successo. Il successo però presuppone che si trovi un modo per far vivere insieme e collaborare individui e gruppi assai diversi.

Se le cose stanno così, ecco che l’approccio della Lega si rivela inadeguato.

Proponendo il recupero della tradizione si propone in buona misura un sogno, non un progetto fattibile. Il dialetto, per fare un esempio classico, non tornerà come linguaggio corrente delle comunità locali.

Anche quello di un’Italia senza moschee è un sogno impossibile.

Si può non essere contenti del veder sorgere moschee ma che questo avvenga è inevitabile.

Di più, la lotta contro le moschee, come altre lotte in difesa della tradizione e contro l’eterogeneità rischia di far venir meno quello di cui invece c’è più bisogno.

 

Che cosa serve infatti per far vivere insieme e collaborare individui e gruppi assai diversi?

La storia ce lo mostra bene: servono, anzitutto, buone leggi che facciano sentire ogni individuo e ogni gruppo rispettato nella sua diversità e con pari possibilità di accesso ai beni che consentono di sviluppare le proprie potenzialità e perseguire i propri sogni.

E’ questo il segreto del famoso passaggio d’apertura della dichiarazione d’indipendenza americana dove si riconosce che tutti gli uomini sono uguali e con uguali diritti promuovendo le leggi per tutti allo stesso modo il sogno della felicità.

Se ci sono simili leggi, il popolo le riconosce come tali e si sviluppa allora nei “diversi”, che pure restano tali, quel sentimento di appartenenza, quell’amore per la comunità che rende solidali e patrioti laddove la patria è, appunto, anzitutto una comunità retta da leggi giuste che rispettano e sostengono tutti (“patriottismo costituzionale” lo definisce Habermas).

Dovremmo riscoprire in quest’ottica la Costituzione e, per quel che occorre, trovare nuovi modi per interpretarla, a partire dal principio di eguaglianza. Dovremmo rivedere la disciplina della cittadinanza trasformandola da serie di ostacoli formali e oscurità burocratiche in qualche cosa che rappresenti il manifesto del legame che deve unire il nuovo popolo che si va formando.

E’ amaro constatare che a queste cosa sembra non pensare nessuno.

Ennio Codini

Lisdha News n 65, ottobre-dicembre 2009

10/12/2013